Dalla prospettiva di un Marito-Papà felice Parte 1 – TiraMammiSù

Dalla prospettiva di un Marito-Papà felice Parte 1

E’ un fatto che le mamme siano sempre molto impegnate nell’accudire i propri piccoli: nutrirli, lavarli, vestirli adeguatamente, cullarli, giocare con loro. E di tanto in tanto, anche i papà, di solito più impegnati su altri fronti, si concedono ad alcune di queste cure per i propri figli.

Ma c’è una differenza: una mamma non può mai abdicare a questi compiti.

Voglio raccontarti una storia,

una storia vera. Ci troviamo a casa di amici e, l’amichetta del nostro piccolo (tre anni e 9 mesi), tira fuori un pacchetto di merendine che, personalmente, solo a vederne la confezione trovo raccapriccianti. Naturalmente ne offre una anche al nostro bimbo che me la porge chiedendomi di aprirgliela. “Non so”, temporeggio io, “chiediamo alla mamma…” (sto già abdicando al mio ruolo genitoriale perché so che lui ci rimarrebbe male e preferisco che sia mia moglie a negargli la merendina… bella roba!).

Intanto leggo l’elenco degli ingredienti ad alta voce: “zucchero…?! Ma come al primo posto?! …”, vado oltre trovando più in là anche fruttosio, glucosio e altri zuccheri. E poi leggo “olii vegetali (palma e cocco)… Nooo! Il temibile olio di palma!”. Chiedo alla nostra amica se si renda conto di cosa stia dando (in assoluta buona fede) a sua figlia, lasciandola per qualche secondo a bocca spalancata per lo stupore (la poveretta, oltre a occuparsi della famiglia, lavora piuttosto intensamente, ultimamente ha dovuto gestire due traslochi col marito e ammette di non aver tempo, probabilmente neanche aver pensato, di leggere le etichette).

Mi rivolgo dunque al piccolo e gli spiego, con un gergo a noi noto, che quella NON è una merendina ma una “schifezza”. Lui inizia a piangere e urlare, penso più per un desiderio di imitazione (la sua amichetta si è già finita la sua di merdina… voglio dire ‘merendina’…) che non per un desiderio di mangiarla. Grida e si dimena cercando di raggiungere il pacchetto tra le mie mani, dicendo “voglio mangiare la schifezza!”. Gli spiego che starà male se la mangerà e lui ribadisce che vuole stare male. Alla fine, lo prendo tra le mie braccia, incassando una serie di sberle e cazzotti, ben assestati, direttamente in faccia. Gli faccio notare con voce ferma e decisa, senza nascondere la mia rabbia, che mi ha fatto molto male e questo non lo accetto.

Poi, lo porto in un’altra stanza (il contesto di una crisi o un litigio è influente sullo stato d’animo quindi va cambiato al più presto) e lo abbraccio forte. Con voce serena e amorevole gli dico: “capisco che sei molto arrabbiato e che vuoi mangiare quella merendina, ma so che se lo farai ti farà molto male”. Lui ribadisce , piangendo: “voglio mangiare la schifezza e stare male!”. Lo guardo negli occhi e con voce calma rispondo: “io sono il tuo papà, ti voglio bene, e non posso darti qualcosa che ti farà star male”. Gli offro in alternativa un po’ di torta di mele di pasticceria (sempre meglio della ‘merdendina’) o un po’ di mela fresca appena tagliata prontamente da un’altra nostra amica che, con una rara intesa silenziosa, ha fatto intanto sparire un’altra scatola di ‘ciocco-cacchini’ da lei messa sul tavolo. Lui, fingendo un broncio, rifiuta, mentre io addento la mela con aria soddisfatta. Intanto la sua amichetta che pure si è buttata sulla mela, lo esorta “è bona la mea”. Gliela porgo senza dire nulla, lui scuote il capo ma l’addenta. E poi ancora. Mi abbraccia, cambiamo discorso, mi metto a scherzare e lui torna di buon umore. Il tutto è durato due-tre minuti al massimo.

Nella storiella sopra, quello che è veramente successo è che:

avendo sempre avuto cura dell’alimentazione e non essendo il nostro bimbo abituato al continuo consumo di zuccheri, non ha i classici picchi glicemici che rendono i bambini iperattivi ma, al contempo, stanchi ed insopportabili per periodi prolungati di tempo. Per questo la crisi è durata poco;

avendo io appreso un altro modo di educare mio figlio – alternativo al “perché lo dico io!”, “se non fai questo ti punisco”e “se fai quest’altro ti premio”- spiego sempre a mio figlio i motivi delle mie richieste o decisioni; cerco di condividerle con lui e raggiungere un accordo; pondero quanto le sue richieste siano veramente inaccettabili e quanto siano, in realtà, inaccettabili dal mio ristretto punto di vista. E poiché lui sa che, ormai più spesso cedo, perché più spesso si verifica la seconda fattispecie (in fondo che problema c’è se giochiamo due minuti col trenino prima di andare a letto? In effetti chi se ne frega se invece che col pigiama vuole dormire con la sua maglietta preferita? Ecc.), sa anche che quando insisto e gli fornisco una motivazione (vedi sopra), allora deve essere davvero per il suo bene, anche se, al momento, non lo capisce;

avendo compreso che i bambini imparano per emozione-esempio-imitazione dai genitori – e non per quello che gli diciamo o raccontiamo o imponiamo – cerco soprattutto di esprimergli il mio affetto in ogni situazione, anche quelle conflittuali, e mi sforzo di incarnare quei modelli a cui vorrei lui aspirasse. Ad esempio quando lui ha sfogato la sua rabbia su di me, anziché dirgli che non si fa, ho manifestato la mia rabbia verbalmente, mi sono difeso senza fargli del male, né promettergli punizioni per il suo comportamento e, in ultima analisi, gli ho mostrato un modo differente di gestire la propria rabbia nel rispetto degli altri.

Un altro modo di prendersi cura e rapportarsi ai figli è possibile dunque. E tutto questo, devo ammetterlo, è merito della mia preziosa moglie. Se vuoi saperne di più, leggi il mio prossimo articolo!

bambino volante

Sergio Laricchia

Esperto in Discipline Olistiche per la Salute e ricercatore nella sfera della Spiritualità e della Natura Umana. Docente per numerosi workshop di floriterapia. Studia la Qabbalah, pratica anche le discipline dei Monaci Shaolin (Kung-fu, Tai-qi-juan, Rou-quan, Tong-zi-gong, Qi-gong e Meditazione Chan) Marito e papà felice.

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